domenica 24 giugno 2007

IMMIGRAZIONE - Accordo Inps - Ministero interno




IMMIGRAZIONE. Accordo Inps - Ministero Interno: ok a scambio di informazioni su rapporti di lavoro
21/06/2007 - 12:33

Il Direttore Generale dell'Inps Vittorio Crecco ed il Prefetto Mario Ciclosi, Vice Capo Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del Ministero dell'Interno, hanno firmato,nei giorni scorsi, un Protocollo d'Intesa 'per la fornitura e lo scambio di informazioni sui rapporti di lavoro dei cittadini stranieri'. Lo scambio di dati tra Inps e Ministero dell'Interno, finalizzato a migliorare la qualità e l'affidabilità delle informazioni sui rapporti di lavoro dei cittadini stranieri, disponibili nei rispettivi archivi, faciliterà gli iter amministrativi gestiti dagli Sportelli Unici per l'Immigrazione.
L'incrocio di informazioni consentirà, inoltre, di mettere in luce il rapporto tra immigrazione e lavoro nero e di pianificare azioni mirate ad aumentare il livello di regolarità - assicurativa e contributiva - dei lavoratori stranieri presenti sul territorio. Si tratta di un accordo di particolare importanza, considerato che il monitoraggio del fenomeno dell'immigrazione e la lotta al 'lavoro sommerso' rientrano fra le linee programmatiche dell'Inps e fra le priorità politiche del Governo.
Dei risultati della collaborazione sancita potranno beneficiare tutti i soggetti istituzionalmente impegnati nel governo del fenomeno migratorio.

sabato 16 giugno 2007

Roma - Presentata una guida per colf e badanti


Il Comune di Roma ha presentato una piccola pubblicazione dal titolo “Il lavoro domestico: una guida per chi lavora e per chi assume” che sarà disponibile negli uffici di competenza del comune stesso e nei luoghi di ritrovo dei cittadini stranieri interessati. Il vademecum si rivolge, infatti, alle migliaia di collaboratori domestici e badanti, in maggioranza non italiani, che in questo modo hanno a disposizione uno strumento importante per sapersi muovere nella giungla della burocrazia e per conoscere i propri diritti e doveri inerenti la mansione svolta. Anche i fruitori, però, del servizio di questi lavoratori potrebbero essere interessati alla guida che è stata curata dal Comune di Roma in collaborazione con il portale web stranieriintalia.it che rende disponibile il documento in download sul sito stesso. La guida è stata realizzata in italiano, inglese, spagnolo, rumeno e ucraino ed è stata presentata in Campidoglio lo scorso 11 giugno alla presenza di Franca Eckert Coen delegata del sindaco alle politiche della multietnicità e intercultura.

Colf e badanti, una spesa da 15 mila euro l'anno


Colf e badanti, una spesada 15mila euro l'anno
L'altro lavoro Rumene, ucraine, ma anche filippine, sudamericane: un esercito di donne straniere lavora nelle case romane. Baby sitter, colf, badanti: sono almeno 160mila nella capitale.
Il femminile è d'obbligo: il 99% dei collaboratori domestici stranieri a Roma è donna. Solo la metà ha un contratto regolare, registrato all'Inps. Tra le 80mila e le 100mila sono clandestine. "Una cifra che si è ridotta almeno del 30% dal 1° gennaio 2007, da quando cioè la Romania è entrata a far parte dell'Unione europea'', rivela Maria Pratsiuk, segretario nazionale del Sile, il sindacato dei lavoratori europei, che a Roma ha aperto un centro di assistenza. Info: 06-70454309.L'est che emigraRumene in testa, seguite da ucraine, e solo a lunga distanza da moldave, filippine, sudamericane. È la classifica delle emigranti che approdano a Roma per pulire casa o assistere bambini e anziani. "La spiegazione è semplice - sottolinea la sindacalista - Con la fine del comunismo molte donne non giovanissime ma ancora in forze e con l'esigenza di sostenere la famiglia si sono trovate senza lavoro statale. E contemporaneamente in Italia è cresciuto il benessere: le ciociare non andrebbero più come un tempo a fare i servizi a casa di una romana''. Quanto ci costaPer lo più lavorano a ore, chiedendo 8-10 , e impegnando l'intera settimana e guadagnando fino a 1500 al mese. Chi sceglie di lavorare in famiglia guadagna meno (800 circa al mese), usufruendo di vitto e alloggio. Una famiglia romana spende in media 15-17mila l'anno per collaboratori domestici. Ma spesso i contratti sono difficili da gestire: per sapere come orientarsi il Comune sta per distribuire una guida utilissima sul lavoro domestico, dedicata a chi lavora e chi assume, in 5 lingue.

sabato 9 giugno 2007

Due milioni di colf nelle case degli italiani


La spesa totale delle famiglie ammonta a 11 miliardi di euro
Due milioni di colf nelle case degli italiani

L'inchiesta del Sole 24 Ore: l'80% delle lavoratrici è di origine straniera. Iscritte all'Inps solo 745mila.
ROMA - Le famiglie italiane spendono ogni anno 11 miliardi di euro per pagare lo stipendio a colf e badanti. Solo 745 mila sono iscritte all'Inps, ma in realtà sono circa 2 milioni. La maggior parte è straniera (80% proveniente soprattutto dall'Europa dell'Est e dalle Filippine), ha un diploma, vive in Italia senza famiglia a cui destina gran parte dei 700 euro guadagnati ogni mese. Secondo un'elaborazione del Sole-24 Ore, ammonta a 8 miliardi il reddito sommerso del settore (retribuzioni che sfuggono a fisco e Inps) ed è quasi di 7 miliardi il risparmio che si ottiene affidando gli anziani a badanti rispetto al costo delle case di riposo.
RISPARMIO - Il Sole ha inoltre calcolato che le famiglie italiane, grazie al lavoro delle badanti (circa la metà del totale), riescono a risparmiare 6,9 miliardi di euro all'anno rispetto al costo di ricovero degli anziani in istituti di cura.




Le deduzioni per i datori di lavoro



Colf e badantiLe deduzioni per i datori di lavoro.

Oltre ai contributi per tutti i lavoratori domestici, si possono sottrarre anche le spese per l'assistenza di persone non autosufficienti. Ecco i dettagli


ROMA - I datori di lavoro domestico hanno diritto a uno sconto sulle tasse, opportunità da non perdere di vista in questi giorni, mentre si compila la dichiarazione dei redditi. Una prima agevolazione riguarda tutti i contribuenti che si avvalgono dell'aiuto colf, badanti, babysitter o altri lavoratori domestici. Fino a un massimo di 1549,37 euro, possono essere dedotti dal reddito imponibile i contributi previdenziali obbligatori versati agli addetti ai servizi domestici e all'assistenza personale o familiare. Per intenderci, si tratta dei pagamenti effettuati con il bollettino trimestrale dell'Inps. È inoltre confermata anche quest'anno un'ulteriore deduzione, con tetto massimo di 1820 euro, per le spese sostenute per gli addetti all' assistenza personale nei casi di "non autosufficienza nel compimento degli atti della vita quotidiana". Spetta a chi ha pagato l'assistenza per sé o per coniuge, figli, genitori, fratelli, sorelle, generi, nuore o suoceri. Gli assistiti non devono essere necessariamente a carico o conviventi di chi paga la badante. Ma chi può esser considerato "non autosufficiente"? Una guida appena pubblicata dall'Agenzia delle Entrate fa rientrare in questa categoria chi non è in grado di mangiare, espletare le funzioni fisiologiche, provvedere all'igiene personale, camminare, vestirsi o anche chi "necessita di sorveglianza continuativa". Questa condizione deve risultare da un certificato medico. Le spese vanno ovviamente documentate, anche tramite una semplice ricevuta rilasciata da chi presta l'assistenza. È importante che questa contenga i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore, di chi effettua il pagamento e della persona assistita, se diversa dal datore di lavoro. Il tetto di 1820 euro non può esser superato anche se si paga l'assistenza per più persone. Se più contribuenti hanno pagato per assistere lo stesso familiare, ad esempio due fratelli che dividono le spese per al badante di un anziano genitore, va diviso anche l'importo massimo della deduzione.

Permesso elettronico, assunzioni incerte


Permesso elettronico, assunzioni incerte Sui nuovi documenti non c'è scritto il motivo del rilascio. Imprese e famiglie come fanno a capire chi può lavorare e chi no?



ROMA - Sarà anche più sicuro, europeo e meno soggetto a usura, ma il nuovo permesso di soggiorno elettronico ha un grosso limite: non svela al profano (come può essere un aspirante datore di lavoro) perchè è stato rilasciato. Non sono tanti finora ad aver visto queste tesserine simili a carte di credito che sostituiranno gradualmente tutti i fogli celesti rilasciati negli anni scorsi dalle Questure: fino a un mese fa la lenta macchina che da dicembre gestisce i rinnovi ne aveva attivate meno di 10mila in tutta Italia a fronte di 570mila domande. Le segnalazioni che arrivano in redazione lasciano però immaginare che quello che finora è un problema abbastanza circoscritto sta per diventare l'ennesima grossa gatta da pelare nel governo dell'immigrazione. Come prevede il decreto che lo ha istituito, sul permesso elettronico vengono stampati i dati anagrafici, la foto del titolare, la validità, il numero. A prima vista non si può però scoprire se il documento è stato rilasciato per studio, lavoro subordinato, motivi familiari o un'altra delle tante situazioni che giustificano il soggiorno in Italia. Questa informazione è infatti contenuta nel chip o nella banda a lettura ottica che solo gli apparecchi in dotazione alle forze dell'ordine possono leggere. Pensiamo ora alla situazione tipo che si crea quando un immigrato trova un nuovo lavoro. Il colloquio è andato bene, ci si è accordati sul salario, si passa quindi alla burocrazia: prima di procedere all'assunzione, l'impresa chiede all'interessato che tipo di permesso di soggiorno ha in tasca. Una richiesta più che giustificata. "Il testo unico prevede sanzioni penali per chi occupa immigrati che non hanno un permesso di soggiorno idoneo, è quindi normale che il datore di lavoro si accerti che sia tutto in regola" dice l'avv. Mascia Salvatore, che coordina il pool di esperti legali della Stranieri in Italia. "Bisogna considerare, ad esempio, che non si può assumere come badante o operaio un cittadino straniero con un permesso per lavoro stagionale, o che uno studente può lavorare al massimo per 20 ore settimanali, oppure che chi ha un permesso come "fuori quota" non può cambiare tipo di lavoro…" "Quando però esamina permesso elettronico, il datore di lavoro non sa come regolarsi, l'unica è fidarsi del cittadino straniero. Abbiamo già seguito diversi casi di assunzioni bloccate all'ultimo minuto perché i lavoratori non potevano dimostare che il loro permesso andava bene. Tanto più che qui a Milano nemmeno la Questura rilascia certificati sulla tipologia del permesso" racconta Maurizio Crippa del Centro Lavoratori Stranieri della Cgil di Milano. "Non bastavano i mesi passati ad aspettare questo documento, - denuncia Crippa - ora anche quando arriva i problemi non sono finiti. Al posto di semplificare le cose, si complica ulteriormente la vita dei lavoratori stranieri e di chi vuole assumerli". Le difficoltà si fanno ancora più pesanti per le famiglie, comprensibilmente poco ferrate su leggi e burocrazia dell'immigrazione, in cerca di una colf o di una badante. "I nostri iscritti ci chiedono se possono assumere, noi interpelliamo la Questura. Questa però non sempre riesce a fare per tempo le ricerche su quei permessi, per vedere se sono idonei" ci segnalano dalla sede senese di Domina, l'associazione nazionale dei datori di lavoro domestico. "Sarebbe stato più facile scrivere il motivo sul soggiorno, o mettere una sigla per ogni tipologia e fornire una tabella di riferimento sulla quale orientarsi" sottolinea un gruppo di operatrici. Cosa succederà poi quando il permesso elettronico verrà mostrato ad altri uffici della Pubblica Amministrazione? Consideriamo ad esempio l'iscrizione al servizio sanitario nazionale, le cui modalità cambiano a seconda del motivo del soggiorno. Le Asl non hanno gli apparecchi per leggere il chip dei permessi: accetteranno autocertificazioni o rimpalleranno i cittadini stranieri verso le Questure in cerca di un pezzo di carta che valga da documento ufficiale? Per una volta, il fatto che finora sono stati rilasciati pochissimi permessi può essere un vantaggio: ci sono i margini per correre al riparo, trovando sui permessi elettronici uno spazietto su cui stampare la motivazione. Senza dimenticare che quel pezzo di plastica, a parte il servizio che si paga a Poste e la marca da bollo, costa al titolare quasi 30 euro: abbastanza per pretendere che non lo lasci in panne proprio nei momenti in cui dovrebbe servire a qualcosa.
(6 giugno 2007)